È dolcissima la vita fuori dai centri di potere. Bianca di neve, tua neve, petalo di camomilla, marzapane, fiori di cotone. Neve di “mar”. Sue mani nell’impasto, bianchissimo letto per giorni sempre nuovi, giorni di madre e notti perfette, è sempre la prima. Inamidata. Decoro garbo cura. Dignità.
Ora, sai, è tutto stropicciato, sgualcito, precario
ci fanno dire. Siamo a mezz'aria ma non siamo tao. Siamo in mezzo a
un'aria beige, caffellatte, macchiata, lattesporco. Ma altrove è più
scuro, ne sono certa. Le leggi della vita si sono incarognite. Ci siamo
incarogniti.
[sempre
in questi giorni cado dico parole strane di ferro rosso arrugginito me
le mette in bocca il mondo: sequestro di stato, incostituzionale,
ingiusto, restare. cado da anni, questo è il mese, i bambini non
c'entrano, nemmeno la magia i prati i fiori il cortile gli alberi no,
non c'entrano. nei corridoi asfittici obitoriali delle attese sindacali
delle risposte tirchie avare mortifere sempre uguali.
punti-ricongiungimenti-sostegn i-figli e l'aria ferisce e non sfama che fame. se questo è un uomo di certo è suo nemico]
Ma torniamo al racconto, nostra sede.
Torniamo a noi. Sappi però che Santa Maria del paradiso è sempre lì. Lo
suo figliolo priso, continua. Sempre aperta porta, la lampada a
guardia, accesa. Siamo in tanti.
Ieri
zompettavi divertito, dal palco sui leggii, dalla loggia ai lampadari.
Ridevi, inanellavi capriole e voli come trapezista e angelo sul cielo di
Berlino. Ma era cielo di Novoli. Ed eri così felice. Ti hanno fatto un
baffo le geografie, anche quelle estreme, alfa e omega. Le hai in pugno,
il mondo è una biglia. Lo ripetevi mentre dondolavi a boccaperta sul
lampadario. Il mondo è una biglia! È un’unica pista ciclabile, essere
ovunque, qui. Essere qui, ovunque. Il mondo è un fiocco di neve! Sfera
lucente! Provate provate, fate fogli di poesia, poeti, chiudete gli
occhi, lucidate pupille bambine, ginocchia sbucciate, alberi da salire,
universi da interrogare. Intrecciare, filare, aprire, dare. È uno solo
il lampadario che fa luce. Stringiamoci come bimbi in attesa di Natale o
estate. O morti che aspettano ancora un piatto, quello preferito.
Ciciri e tria cu lli frizzuli per il nonno a San Giuseppe. Ancora,
ancora.
Ti ho visto, sai?,
mentre tiravi il naso a Mauro, i capelli a Piero. Aveva appena
cominciato a parlare Imbriani e gli hai dato una carezza. Ti sei
spostato poi sulle nuvole elastiche di SimonFranco e SimonMago, la barba
dell'uno, i riccioli dell'altro. Ma come fai? Come hai fatto, sempre?
Sulle corde celesti di Valerio i paradisi che conosci bene. Senza
gravità. Mai. Leggerezza di bimbo fino alla parentesi chiusa. Chissà
dove l'hai riaperta. E chissà se un giorno anche noi potremo sospenderci
come pulviscoli, tao che vivono per vivere, beati e operosi solo
nell'incanto di scritture e voci, incontri e sogni. Tra cose e creature
sacre senza profitto, ansie, numeri e scadenze. Giglio. Giglio
purissimo. Quei tabernacoli innocenti che sono i giorni dell'uomo senza
cinture di sicurezza, prevenzioni, frizioni, tangenti o pizzi allo
Stato. Senza maiuscole. Antonio mio, t'immagini come sarebbe bello?
Senza titoli, definizioni, etichette. Vivere per vivere! Non queste
palafitte in affitto, esistenze minori, belati soffocati al posto di
ruggiti, accenni e balbettii per danze sfrenate, ebbre. Elemosina.
Elemosina. Tu, tu, odore caldo di pane, rosmarino nella macchia verso
l’Adriatico, fiero vento del sud teso, teso ai cuori in spazi bianchi di
terrazzi e lenzuola nivee, siderali, mani e occhi spalancati. Cuore
sacro. Vento che avvolge ogni cosa, nostra umana specie misera e divina.
Te la ricordi così, così l'hai vissuta, voluta, vestendo da re attrezzo
e detto, pietra e gioco, contadino, povertà.
Liturgia dell'incontro e del fare. Quanto conta il saper fare!
Monello
sì, fatto purissimo tao, nuvola, zucchero filato, soffio di tarassaco,
gazza. Sì, gazza. Tra qui e lì. Tra questa terra e milioni di altre, in
volo, in fuga, in corsa.
Zoretti
all'uscita, mentre parlavamo d'altro, di arpie e alberi d'argento, di
viaggi e corse al termine della notte, è piombato nel discorso col
braccio alzato -in preda a furori decentrati, a estasi- “ho girato tutto
il teatro, tutto!” dice vorticando il braccio alzato e lento. “Ci sono
le poltrone del re! e dietro, una stanza con divani rossissimi!”. Rosse e
grandi sedie dei re, le loro altezze non raggiungono quelle dei nostri
scalini, pazzuli. Le altezze vertiginose non hanno metri adeguati a contarle.
Ma
veniamo a noi, quindi al racconto, nostra sede. Ecco sì, sei d'accordo,
lo so: non siamo solo parte di un racconto? Episodi, puntate, tracce,
infiorescenze, gemme rinate a ogni primavera? come pietre sempre nuove
per i pomeriggi a patuddhri! Me lo raccontano
mamma e papà. Solo questo solo questo, non altro conta. Altro che
accanimenti, vite dilatate come fossimo prolunghe, animali in pasto a
carceri squallide o finemente arredate. Tu eri della strada, dell'acqua
del fuoco, delle cose incontenute. Fino all'ultimo.
Com'eri
allegro, saltellante ti sbracciavi sulle rose di Massimo, l'altra sera.
Gialle. Le rose promesse, lasciate sulla scrivania del Fondo (Verri!)
per la tua amica Ada. Santa Maria del Paradiso. È un mondo assurdo
Antonio, ma ne succedono delle belle qui. Ancora. Ancora.
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